Nella memoria di San Pio da Pietrelcina, si chiude l’ostensione delle sue spoglie a San Giovanni Rotondo. Il Papa: un instancabile dispensatore della misericordia di Dio

Nell’ultimo giorno dell’ostensione del corpo di Padre Pio a San Giovanni Rotondo e nella sua memoria liturgica, il Papa nell’udienza generale ha voluto ricordare la figura del Santo come esempio di “instancabile dispensatore della misericordia di Dio”, “assiduo e fedele ministro” del Sacramento della Riconciliazione. Un aspetto evidenziato anche da frate Antonio Belpiede, portavoce dei padri cappuccini di San Giovanni Rotondo, intervistato da Emanuela Campanile:

R. – Padre Pio è il sacerdote crocifisso, icona, sacramento del Cristo. Quel sangue – il sangue di Gesù – è non solo il nutrimento per la Chiesa nell’Eucarestia, ma anche lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo. E’ per questo che la gente andava da Padre Pio: non soltanto per essere riconciliata, per essere pacificata, ma anche perché tutte le divisioni della psiche e della vita potessero trovare unità, potessero essere simbolo nel Sacramento della Riconciliazione. E sono gli stessi motivi per cui ancora oggi vi si recano. Uno degli aspetti più importanti dell’eredità di Padre Pio, per noi che siamo i suoi frati – come ci ha ricordato il 21 giugno il Papa – è proprio quello di continuare a riconciliare, a perdonare, a lavare i peccati del mondo col sangue di Gesù.


D. – Padre Pio, quindi, è un punto riferimento non solo per i consacrati ma per la gente comune, per i laici …


R. – E’ un punto di riferimento per la riconciliazione del mondo. Tutti noi, tutti i Battezzati hanno un ruolo per riconciliare il mondo. Evidentemente, se il ruolo del presbitero, il nostro, è quello direttamente sacramentale – attraverso il Sacramento della Penitenza -, quello dei laici è di riconciliare il mondo attraverso la testimonianza civile nei sindacati, nei partiti politici che richiedono, da parte dei laici cristiani, uno sforzo di ordinare le realtà temporali secondo Dio e secondo la riconciliazione. Una riconciliazione che è avvenuta nel costato squarciato del Cristo che effonde sangue e acqua dalla Croce. Padre Pio, quando gli chiesero chi pensava di essere, lui disse: “Io sono solo un povero frate che prega”. Tutti noi possiamo essere dei poveri cristiani che pregano e che nella preghiera trovano la forza di svolgere ognuno il proprio compito nella Chiesa per il regno che viene.


Ieri sera è stata grande la partecipazione alla veglia di preghiera sul sagrato della chiesa di San Pio a San Giovanni Rotondo con la rievocazione del “beato transito” al cielo del Santo. Il particolare carisma di preghiera di Padre Pio è l’eredità che portano avanti i Gruppi di preghiera. In Italia se ne contano oltre 2.700 e quasi 650 in 56 Paesi del mondo. Emanuela Campanile ne ha parlato con don Pietro Bongiovanni, responsabile dei Gruppi di preghiera del vicariato di Roma:

R. – Padre Pio è un uomo fatto preghiera. E’ stato un esempio vivente di unità profonda tra l’essere cristiano e il Signore, come fulcro di tutta la vicenda esistenziale. E questo ovviamente è un’eredità che Padre Pio lascia in particolar modo ai suoi devoti e, in modo speciale, ai Gruppi di preghiera da lui fondati.


D. – In questi Gruppi di preghiera ci sono moltissimi giovani come Padre Pio è riuscito ad incantare anche loro?


R. – I giovani vogliono delle testimonianze forti. Padre Pio è stato questo e per questo ne sentono la vicinanza spirituale. Il Santo insegna loro che nella vita va dato spazio allo spirito, alla preghiera come luogo di incontro con l’amore del Signore.


D. – Il grande Santo diceva che bisogna “essere riserve di amore”. In che senso?


R. – La frase completa è che si sta creando una nuova militanza fatta di riserve d’amore per il Signore e per l’umanità. In questo contesto, si innesta il discorso della grande preghiera che i gruppi sono chiamati a vivere. Preghiera di intercessione come atto di amore, che si unisce all’amore redentivo di Cristo e diventa un fuoco che sale verso il cuore di Gesù a favore dell’umanità. Non dobbiamo dimenticare che Padre Pio inizia a proporre questi gruppi in un tempo nel quale Papa Pio XII intravedeva la grande sfida della secolarizzazione, ormai alle porte, e da allora in poi un mondo si è disgregato, lo vediamo costantemente davanti ai nostri occhi. L’idea di fondo era accanto alle molteplici iniziative pratiche. Noi non dobbiamo dimenticare che il centro della fede è proprio nel rapporto personale e comunitario con il Signore e quindi il primato assoluto della preghiera, di questo “tempo da perdere”, da consumare in unione al sacrificio di Cristo. (Montaggi a cura di Maria Brigini)

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Kersi di Mumbai, lo zoroastriano convertito da Padre Pio

Mumbai (AsiaNews) – “Per l’inspiegabile misericordia di Dio ho avuto l’incredibile privilegio di essere un buon amico di Padre Pio”. Kersi Francisco Pio Mistry ha 71 anni. Proviene da una famiglia di parsi, devoti zoroastriani. Sin da piccolo è stato introdotto dalla madre ai testi sacri dell’Avesta. La sua casa paterna, nel centro di Mumbai, sorge affianco al principale tempio cittadino delle religione di Ahura Mazda. Per anni lo ha visitato con assiduità, recitandovi le tre orazioni giornaliere e raccogliendosi dopo il tramonto per pregare Dio in silenzio .
Kersi non immaginava che la risposta alle sue preghiere sarebbe venuta volando a migliaia di chilometri da Mumbai, in Italia a San Giovanni Rotondo.
Oggi Kersi racconta: “La prima volta che ho sentito parlare di Padre Pio era il 1963. Una mia insegnante di tedesco era andata in Italia ed era tornata con un libro su di lui. Avevo studiato in scuole e college cattolici, ma non conoscevo nulla della fede cristiana a parte il fatto che in tutte le classi era appeso un crocifisso e sapevo che Cristo era morte in croce”.
Quando l’insegnante gli da il libro sul frate di Pietralcina, Kersi ha già 25 anni. Lo legge e rimane colpito: “Non potevo credere che nel nostro mondo moderno potesse esistere una persona capace di vivere in quel modo”. Intanto, la madre a cui egli è molto legato, è malata. Lo scoperta di Padre Pio, la situazione familiare e il desiderio di trovare risposta alle domande che ogni giorno rivolge a Dio, nel tempio di Mumbai, lo spingono a partire.
Kersi arriva in Italia nel dicembre del 1963 e con un gruppo di amici americani visita Roma. Poi parte verso San Giovanni Rotondo.  “Avevo preso alcuni souvenir da portare in India – racconta – ed anche un crocifisso, lungo 15 centimetri, intagliato a mano. Lo volevo dare a Padre Pio”.
Quando arriva a San Giovanni Rotondo, Padre Pio è molto provato nel fisico e la mattina si presenta ai pellegrini accompagnato da due frati che lo sorreggono. Kersi riesce ad avvicinarlo, mostra il crocifisso, ma il frate non capisce che è un regalo e viene portato via lasciando il ragazzo con in mano il suo dono. Nella tarda mattinata però il gruppo di amici ottiene un’incontro privato con Padre Pio nel monastero. “A quel punto – racconta Kersi – la mia testardaggine ha avuto di nuovo il sopravvento. Tiro fuori il crocifisso e lo offro a Padre Pio chiedendo al mio amico Jack di dirgli di mia madre e spiegargli che era un regalo. Padre Pio mi fissa di nuovo dritto negli occhi e mi fa un sorriso stupendo, pieno di amore, come per dirmi ‘Piccolo mascalzone’”.
Quando nel 1978 Kersi torna a San Giovanni Rotondo per visitare la tomba di Padre Pio ha il privilegio di entrare nella cella del futuro santo e con suo grande stupore scopre che il frate aveva appeso il crocifisso proprio sopra il suo letto.
Oggi Kersi chiama Padre Pio la sua “stella di Betlemme”. I tre re magi hanno seguito la cometa per arrivare a Betlemme; lui ha seguito il santo frate cappuccino per arrivare a Gesù. Da notare che la tradizione pensa che i tre re magi fossero proprio zoroastriani (persiani).
“L’incontro con padre Pio [del 1963] mi ha spinto a desiderare di dedicare la mia vita a servire Dio”, racconta oggi Kersi.  Il cammino alla conversione però è stato tormentato. Chiede aiuto ad un prete della Cattedrale del Santissimo nome di Gesù di Mumbai, ma a un patto: “Che non cerchi di spingermi alla conversione”. Per sei giorni alla settimana Kersi va a lezione dal sacerdote per conoscere la fede cristiana. “Ma c’era un punto che non riuscivo a risolvere: non potevo credere che Dio si fosse fatto uomo. Lo capivo con la testa, ma non con il cuore”. Lunghi mesi di battaglie interiori, “ma la mia ricerca era sincera ed un bel giorno ho sentito nel profondo del mio cuore che Gesù era la verità ultima e che non c’era nulla di drammatico nel cambiamento del mio cuore”.

Kersi decide di battezzarsi il 3 ottobre 1964, allora festa di Santa Teresa di Lisieux, e vuole che sia Padre Pio a farlo anche perché desidera fargli conoscere sua madre. Arriva in Italia ma il frate è troppo provato nel fisico. E così il 4 di ottobre a Roma, in una cappellina dedicata a San Francesco di Assisi, il giovane indiano di Mumbai diventa Kersi Francesco Pio Mistry. In onore del suo “buon amico” ha scelto per sé il nome di battesimo e di professione religiosa del santo.

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L’omelia del Papa nella Messa per gli ex-allievi: la fede non è moralismo, ma l’incontro con la Verità in persona

La Sala Stampa vaticana ha pubblicato oggi l’omelia che Benedetto XVI ha pronunciato in tedesco durante la celebrazione eucaristica con il circolo dei suoi ex-alunni, domenica 30 agosto a Castel Gandolfo. Il Papa nell’occasione aveva affrontato il tema della purezza dell’uomo davanti a Dio e il rapporto tra la legge e l’amore. Ce ne parla Sergio Centofanti.

Il cristianesimo – afferma il Papa – non è una forma di “moralismo” perché “non siamo noi a creare ciò che è buono” ma è la Verità che “ci viene incontro … Egli, che è la Verità e l’Amore –, ci prende per mano, compenetra il nostro essere. Nella misura in cui ci lasciamo toccare da Lui, in cui l’incontro diventa amicizia e amore, diventiamo noi stessi, a partire della sua purezza, persone pure e poi persone che amano con il suo amore, persone che introducono anche altri nella sua purezza e nel suo amore”.


Il Papa sottolinea il fatto che “non siamo come pecore senza pastore, che non sanno dove sia la via giusta. Dio si è manifestato. Egli stesso ci indica la strada. Conosciamo la sua volontà e con ciò la verità che conta nella nostra vita”. La gioia – ha detto – è questa: la verità che da soli non potevamo trovare c’è stata rivelata da Dio stesso. “È un dono immeritato che ci rende allo stesso tempo umili e lieti”.


“Dio – ha proseguito il Pontefice – ci ha mostrato gratuitamente il suo volto, la sua volontà, se stesso. Se questa gioia riemergerà in noi essa toccherà anche il cuore dei non-credenti. Senza questa gioia noi non siamo convincenti. Dove, però, tale gioia è presente, essa – anche senza volerlo – possiede una forza missionaria. Suscita, infatti, negli uomini la domanda se non si trovi forse veramente qui la via – se questa gioia non guidi forse effettivamente sulle tracce di Dio stesso”.


Il Papa parla del rapporto tra osservanza della Legge e amore. “Non siamo più servi ma amici” ci dice Gesù. “La Legge non è più una prescrizione per persone non libere, ma è il contatto con l’amore di Dio – l’essere introdotti a far parte della famiglia, atto che ci rende liberi e ‘perfetti’”. Allora – rileva Benedetto XVI – “la Legge, come parola dell’amore, non è una contraddizione alla libertà, ma un rinnovamento dal di dentro mediante l’amicizia con Dio”. Infine eleva questa preghiera a Dio: “purificaci nella verità. Sii tu la Verità che ci rende puri. Fa’ che mediante l’amicizia con te diventiamo liberi e così veramente figli di Dio, fa’ che diventiamo capaci di sedere alla tua mensa e di diffondere in questo mondo la luce della tua purezza e bontà”.

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La Chiesa celebra l’Esaltazione della Santa Croce. Benedetto XVI: Cristo crocifisso mostra agli uomini che l’amore di Dio è più forte della morte

La Chiesa celebra oggi la Festa dell’Esaltazione della Santa Croce. Una ricorrenza, ha detto ieri il Papa all’Angelus, che ci spinge a “testimoniare la nostra fede con una vita di umile servizio, pronti a pagare di persona per rimanere fedeli al Vangelo della carità e della verità”. In questo servizio di Alessandro Gisotti, ripercorriamo alcuni insegnamenti di Benedetto XVI sulla centralità della Croce nella vita di ogni cristiano:

“Il segno della Croce è in qualche modo la sintesi della nostra fede perché ci dice quanto Dio ci ha amati; ci dice che, nel mondo, c’è un amore più forte della morte”: il 14 settembre di un anno fa, Benedetto XVI sottolinea così il significato della Festa dell’Esaltazione della Santa Croce. Il Papa è in pellegrinaggio a Lourdes, un luogo dal quale Maria ci invita “ad alzare gli occhi verso la Croce di Gesù per trovarvi la sorgente della vita, la sorgente della Salvezza”. “Per essere guariti dal peccato, guardiamo il Cristo crocifisso!”, esortava Sant’Agostino. La Chiesa, afferma il Pontefice in quell’occasione, ci invita “ad elevare con fierezza questa Croce gloriosa affinché il mondo possa vedere fin dove è arrivato l’amore del Crocifisso per gli uomini”. Per questo, il segno della Croce è “il gesto fondamentale della preghiera del cristiano”:


“Segnare se stessi con il segno della Croce è pronunciare un sì visibile e pubblico a Colui che è morto per noi e che è risorto, al Dio che nell’umiltà e debolezza del suo amore è l’Onnipotente, più forte di tutta la potenza e l’intelligenza del mondo”. (Angelus, 11 settembre 2005)


“Quale mirabile cosa è mai il possedere la Croce! Chi la possiede, possiede un tesoro”, affermava Sant’Andrea di Creta. Eppure, per il mondo la Croce è scandalo, un patibolo infamante. Ma, spiega il Papa, i cristiani “non esaltano una qualsiasi croce, ma quella Croce che Gesù ha santificato con il suo sacrificio, frutto e testimonianza di un immenso amore”:


“Cristo sulla Croce ha versato tutto il suo sangue per liberare l’umanità dalla schiavitù del peccato e della morte. Perciò, da segno di maledizione, la Croce è stata trasformata in segno di benedizione, da simbolo di morte in simbolo per eccellenza dell’Amore che vince l’odio e la violenza e genera la vita immortale”. (Angelus, 17 settembre 2006)


Benedetto XVI sottolinea inoltre il legame indissolubile tra la celebrazione eucaristica e il mistero della Croce, binomio ribadito nell’Esortazione post-sinodale “Sacramentum Caritatis”:


“L’Eucaristia è mistero di morte e di gloria come la Croce, che non è un incidente di percorso, ma il passaggio attraverso cui Cristo è entrato nella sua gloria (cfr Lc 24,26) e ha riconciliato l’umanità intera, sconfiggendo ogni inimicizia”. (Angelus, 11 settembre 2005)


“Maria, presente sul Calvario presso la Croce – sottolinea Benedetto XVI – è ugualmente presente, con la Chiesa e come Madre della Chiesa, in ciascuna delle nostre celebrazioni eucaristiche”. Per questo, nessuno meglio di Maria può “insegnarci a comprendere e vivere con fede e amore la Santa Messa”:


“Quando riceviamo la santa Comunione anche noi, come Maria e a lei uniti, ci stringiamo al legno, che Gesù col suo amore ha trasformato in strumento di salvezza, e pronunciamo il nostro ‘Amen’, il nostro ’sì’ all’Amore crocifisso e risorto”. (Angelus, 11 settembre 2005)


Ecco perché alla Festa dell’Esaltazione della Santa Croce è strettamente legata la memoria liturgica della Madonna Addolorata che si celebra domani. “Il suo dolore forma un tutt’uno con quello del Figlio”, ma – afferma il Papa -, è “un dolore pieno di fede e di amore”. Sul Calvario, infatti, la Vergine partecipa alla potenza salvifica del dolore di Cristo, “congiungendo il suo ‘fiat’, il suo ‘sì’ a quello del Figlio”:


“Spiritualmente uniti alla Madonna Addolorata, rinnoviamo anche noi il nostro ‘sì’ al Dio che ha scelto la via della Croce per salvarci. Si tratta di un grande mistero che è ancora in atto, fino alla fine del mondo, e che chiede anche la nostra collaborazione. Ci aiuti Maria a prendere ogni giorno la nostra croce e a seguire fedelmente Gesù sulla via dell’obbedienza, del sacrificio e dell’amore”. (Angelus, 17 settembre 2006)

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Dhaka: Moglie e figlia torturate perchè convertite al cristianesimo

Dhaka (AsiaNews) – Torturata e minacciata di morte dal marito, al quale ha tenuto nascosta “la conversione del figlio maschio” dall’islam al cristianesimo. È la vicenda di una donna del Bangladesh, che “teme per la propria vita”. I parenti sono musulmani e nemmeno la polizia è interessata a proteggerla. Nonostante le violenze, anche lei, insieme alla figlia più grande, ha deciso di convertirsi e prega perché l’uomo – un giorno – possa “scoprire l’amore di Cristo”.
“Nel 2006 mio figlio Jahirul Islam è partito per Sydney – racconta Khainur adAsiaNews – per approfondire il percorso di studi. Non mi aveva detto nulla della conversione al cristianesimo, quando era in Bangladesh”. Khainur (nella foto con le figlie) ricorda “perfettamente” il giorno in cui il figlio le ha parlato: “era il 18 giugno del 2009, all’inizio sono rimasta scioccata”.
Da 22 anni il marito, Aminul Islam, lavora in Arabia Saudita; a giugno è tornato in Bangladesh per un periodo di vacanza. Egli ha cominciato a esercitare pressioni perché Jahirul sposasse una ragazza musulmana, non prima però di aver compiuto il tradizionale pellegrinaggio alla Mecca. Progetti respinti con forza dal figlio, che rivendica la “fede cristiana”. “Quando le richieste di mio marito si sono fatte pressanti – spiega Khainur – ho raccontato della conversione. La notizia lo ha sconvolto, ha iniziato a picchiarmi, accusandomi di essere la responsabile perché gli ho permesso di studiare all’estero, all’università cattolica di Nostra Signora, a Sydney”. La donna descrive le “numerose violenze” subite dal marito, il quale le ha anche proibito di parlare al figlio.
Jahirul ha suggerito alla madre di rivolgersi al rev. Alex Khan, il quale per primo ha seguito il percorso di conversione del figlio. Il pastore l’ha sostenuta – né i parenti, musulmani, né la polizia l’avrebbero aiutata – e ha avvertito un senso di conforto e di pace. “Ho conosciuto l’amore di Cristo – aggiunge – e ho iniziato a leggere passi della Bibbia con l’aiuto del pastore e di mia figlia Arifa Sultan”.
Nei giorni scorsi ha annunciato al marito di essersi convertita al cristianesimo. Egli ha legato e picchiato in maniera brutale la moglie e la figlia più grande, davanti agli occhi delle sorelline più piccole. Aminul ha anche bruciato la Bibbia, minacciando di riservare “un simile trattamento” anche alle due donne.
“Abbiamo paura” ammette Khainur, ma resta il conforto della preghiera. “Preghiamo regolarmente” aggiunge la figlia “perché un giorno mio padre scopra l’amore di Cristo. Lo perdono anche se mi ha picchiata come fossi una bestia; non ho paura di essere bruciata da mio padre, come ha fatto con la Bibbia”.
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Rispettare ecologia umana e ambientale: così il Papa ai promotori del Padiglione della Santa Sede all’Expo di Saragozza

Esiste una stretta relazione tra salvaguardia dell’ambiente e rispetto delle esigenze etiche della natura umana: è quanto ha ribadito stamani Benedetto XVI durante l’incontro a Castel Gandolfo con i promotori del Padiglione della Santa Sede presso l’Expo Internazionale sul tema dell’acqua svoltasi a Saragozza, in Spagna, l’anno scorso. Il servizio di Sergio Centofanti.


Il Papa ha espresso il proprio apprezzamento per l’organizzazione del Padiglione della Santa Sede, uno dei più visitati all’Expo di Saragozza, che ha voluto offrire “una opportuna riflessione sull’importanza e il valore fondamentale dell’acqua per la vita umana”. Con la sua partecipazione, la Chiesa cattolica ha inteso evidenziare non solo “l’urgente necessità di proteggere sempre la natura” ma anche di “scoprire la sua dimensione spirituale e religiosa più profonda. Oggi come non mai – ha rilevato il Papa – occorre aiutare le persone perché imparino a vedere nel creato qualcosa di più che una mera fonte di ricchezza o di sfruttamento nelle mani dell’uomo. Infatti – ha aggiunto – da quando Dio, con la creazione, ha dato all’uomo le chiavi della Terra, si aspetta che sappia utilizzare questo grande dono facendolo fruttificare in modo responsabile e rispettoso. L’essere umano – ha affermato il Pontefice – scopre il valore intrinseco della natura, se impara a vederla per quello che è in realtà”, cioè come “espressione di un progetto di amore e di verità che ci parla del Creatore e del suo amore per l’umanità, e che troverà il suo compimento in Cristo alla fine dei tempi. In questo senso – ha concluso – è opportuno ricordare ancora una volta la stretta relazione che esiste tra la salvaguardia dell’ambiente e il rispetto delle esigenze etiche della natura umana, poiché ‘quando l’ecologia umana è rispettata dentro la società, anche l’ecologia ambientale ne trae beneficio”.

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Presentato l’incontro tra il Papa e gli artisti. Mons. Ravasi: ristabilire l’alleanza tra arte e fede

Il prossimo 21 novembre Benedetto XVI incontrerà nella Cappella Sistina pittori, scultori, architetti, musicisti, maestri del teatro e del cinema di tutto il mondo. L’incontro è stato presentato stamani nella Sala Stampa della Santa Sede da mons. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, dal prof. Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani, e da mons. Pasquale Iacobone, incaricato del Dipartimento Arte&Fede del Pontificio Consiglio della Cultura. Il servizio di Amedeo Lomonaco:

Da tempo l’alleanza tra fede e arte si è infranta: già nel 1964 Paolo VI, incontrando gli artisti, auspicava una nuova alleanza tra l’ispirazione divina della fede e l’ispirazione creatrice dell’arte. Lo stesso auspicio è ribadito anche nella lettera rivolta dieci anni fa agli artisti da Giovanni Paolo II. L’arte – ha spiegato mons. Gianfranco Ravasi – si è dedicata a sperimentazioni di linguaggio e ha abbandonato “la concezione secondo la quale l’opera artistica incarna una visione trascendente dell’essere”:

“L’arte se ne è andata verso sperimentazioni sempre più sofisticate, talora anche incomprensibili di linguaggio. Ha avuto ricerche stilistiche quasi esclusive, fine a se stesse, autoreferenziali, si è qualche volta orientata verso la provocazione ma soprattutto ha messo su uno scaffale polveroso tutto quanto costituiva il grande codice religioso”.

Consapevole di questa distanza tra arte e fede, Benedetto XVI intesserà il prossimo 21 novembre un dialogo nella speranza che risorga “un’alleanza feconda” . Il Papa – ha detto mons. Ravasi – ha voluto riproporre un nuovo incontro con gli artisti per riannodare una proficua cooperazione tra l’arte e la Chiesa:

“Il Papa idealmente lancia una prima battuta, apre il discorso. Gli artisti come rispondono? Dovrebbero cominciare a rispondere con le loro opere. Vorremmo poi favorire che queste opere avessero una certa accoglienza e risonanza all’interno delle loro comunità nazionali”.

La parte più complessa è stata la selezione degli artisti che incontreranno il Santo Padre. La scelta – ha precisato mons. Ravasi – è stata effettuata soprattutto in base al livello artistico raggiunto, tenendo conto anche della provenienza da contesti geografici e culturali diversi:

“Abbiamo cercato di allargare il più possibile l’orizzonte e poi di restringerlo, perché naturalmente saremmo arrivati anche a migliaia di artisti. L’orizzonte è stato ristretto, ma non con il vincolo dell’appartenenza religiosa, di qualsiasi appartenenza estrinseca, politica o relativa agli stati di vita del soggetto. In questo senso la scelta è stata la più possibile variegata”.

Tra quanti hanno già confermato la loro presenza all’incontro con il Santo Padre ci sono lo scultore Arnaldo Pomodoro, il compositore Ennio Morricone e i registi Giuseppe Tornatore e Bob Wilson.

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Papa: la tutela del creato, dono di Dio, esige che si cambi il modello di sviluppo

Castel Gandolfo (AsiaNews) – Il creato, “materia strutturata in modo intelligente da Dio”, è donato a tutti gli uomini perché ne traggano frutto e lo governino, condividendone i beni e preoccupandosi che anche le prossime generazioni possano goderne. Da questo principio che la Chiesa afferma è venuto oggi il richiamo di Benedetto XVI ai “responsabili internazionali”, perché “agiscano congiuntamente nel rispetto della legge e della solidarietà, soprattutto nei confronti delle regioni più deboli della terra (cfr Caritas in veritate, 50)”. Ciò richiede, ha detto alle 4mila persone presenti nel cortile interno del Palazzo apostolico di Castel Gandolfo per l’udienza generale, “uno sviluppo umano integrale a beneficio dei popoli, presenti e futuri, uno sviluppo ispirato ai valori della carità nella verità. Perché ciò avvenga è indispensabile convertire l’attuale modello di sviluppo globale verso una più grande e condivisa assunzione di responsabilità nei confronti del creato: lo richiedono non solo le emergenze ambientali, ma anche lo scandalo della fame e della miseria”.
“Ci avviciniamo ormai – ha rilevato – alla fine del mese di agosto, che per molti significa la conclusione delle vacanze estive. Mentre si torna alle attività quotidiane, come non ringraziare Iddio per il dono prezioso del creato, di cui è possibile godere, e non solo durante il periodo delle ferie! I differenti fenomeni di degrado ambientale e le calamità naturali, che purtroppo non raramente la cronaca registra, ci richiamano l’urgenza del rispetto dovuto alla natura, recuperando e valorizzando, nella vita di ogni giorno, un corretto rapporto con l’ambiente”.
“La terra – ha proseguito – è dono prezioso del Creatore, il quale ne ha disegnato gli ordinamenti intrinseci, dandoci così i segnali orientativi a cui attenerci come amministratori della sua creazione. E’ proprio a partire da questa consapevolezza, che la Chiesa considera le questioni legate all’ambiente e alla sua salvaguardia intimamente connesse con il tema dello sviluppo umano integrale”. Ricordando che “l’ambiente naturale è dato da Dio per tutti, e il suo uso comporta una nostra personale responsabilità verso l’intera umanità, in particolare verso i poveri e le generazioni future”, il Papa ha sottolineato “la comune responsabilità per il creato”. “La Chiesa – ha detto ancora – non solo è impegnata a promuovere la difesa della terra, dell’acqua e dell’aria, donate dal Creatore a tutti, ma soprattutto si adopera per proteggere l’uomo contro la distruzione di se stesso. Infatti, ‘quando l’«ecologia umana’ è rispettata dentro la società, anche l’ecologia ambientale ne trae beneficio’”. “Non è forse vero che l’uso sconsiderato della creazione inizia laddove Dio è emarginato o addirittura se ne nega l’esistenza? Se viene meno il rapporto della creatura umana con il Creatore, la materia è ridotta a possesso egoistico, l’uomo ne diventa ‘l’ultima istanza’ e lo scopo dell’esistenza si riduce ad essere un’affannata corsa a possedere il più possibile”.
Il creato è dunque affidato alla responsabilità dell’uomo, che “è chiamato ad esercitare un governo responsabile per custodirlo, metterlo a profitto e coltivarlo, trovando le risorse necessarie per una esistenza dignitosa di tutti. Con l’aiuto della stessa natura e con l’impegno del proprio lavoro e della propria inventiva, l’umanità è veramente in grado di assolvere al grave dovere di consegnare alle nuove generazioni una terra che anch’esse, a loro volta, potranno abitare degnamente e coltivare ulteriormente (cfr Caritas in veritate, 50). Perché ciò si realizzi, è indispensabile lo sviluppo di ‘quell’alleanza tra essere umano e ambiente, che deve essere specchio dell’amore creatore di Dio’ (Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2008, 7), riconoscendo che noi tutti proveniamo da Dio e verso Lui siamo tutti in cammino. Quanto è importante allora che la comunità internazionale e i singoli governi sappiano dare i giusti segnali ai propri cittadini per contrastare in modo efficace le modalità d’utilizzo dell’ambiente che risultino ad esso dannose!”
“I costi economici e sociali, derivanti dall’uso delle risorse ambientali comuni, riconosciuti in maniera trasparente, vanno supportati da coloro che ne usufruiscono, e non da altre popolazioni o dalle generazioni future. La protezione dell’ambiente, la tutela delle risorse e del clima richiedono che i responsabili internazionali agiscano congiuntamente nel rispetto della legge e della solidarietà, soprattutto nei confronti delle regioni più deboli della terra (cfr Caritas in veritate, 50). Insieme possiamo costruire uno sviluppo umano integrale a beneficio dei popoli, presenti e futuri, uno sviluppo ispirato ai valori della carità nella verità. Perché ciò avvenga è indispensabile convertire l’attuale modello di sviluppo globale verso una più grande e condivisa assunzione di responsabilità nei confronti del creato: lo richiedono non solo le emergenze ambientali, ma anche lo scandalo della fame e della miseria”.
Il Papa ha concluso la sua riflessione citando le parole di san Francesco nel Cantico delle creature: “Altissimo, onnipotente, bon Signore, tue so’ le laude, la gloria e l’honore et omne benedictione … Laudato si’, mi’ Signore, cum tucte le tue creature”. “Così san Francesco. Anche noi vogliamo pregare e vivere nello spirito di queste parole”.
Alla fine dell’udienza, infine Benedetto XVI ha detto: “Mi sembra che un piccolo coro del Giappone voleva cantare qualcosa, no?” E alcuni giapponesi, uomini e donne, giovani e adulti hanno cantato una breve canzone in coro.
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La Chiesa celebra la festa dell’apostolo Bartolomeo: dall’iniziale pregiudizio alla totale adesione a Cristo

Ricorre oggi la memoria di San Bartolomeo, tra i dodici discepoli scelti da Gesù per farne i suoi inviati. “Un esempio di viva e profonda adesione a Cristo”, lo ha ricordato Benedetto XVI in una catechesi dedicata a suo tempo all’apostolo. Il servizio di Roberta Gisotti:

Non accorre alla prima chiamata, Bartolomeo, ma sarà capace di donarsi totalmente alla causa di Cristo. La tradizione lo identifica come Natanaele, che significa“Dio ha dato”, posto nel Vangelo di Giovanni accanto a Filippo, che gli aveva comunicato di aver trovato “Gesù, figlio di Giuseppe, da Nazareth” “colui del quale hanno scritto Mosé nella Legge e i Profeti. E Natanaele aveva risposto contestando con un pregiudizio: “Da Nazareth può mai venire qualcosa di buono?” Infatti, secondo le attese giudaiche il Messia non poteva provenire da un villaggio tanto oscuro. Ma Filippo insiste: “Vieni e vedi”. Un’esortazione che il Papa rinnova invitando a non accontentarsi delle sole parole nel nostro rapporto con Gesù:

“La nostra conoscenza di Gesù ha bisogno soprattutto di un’esperienza viva: la testimonianza altrui è certamente importante, poiché di norma tutta la nostra vita cristiana comincia con l’annuncio che giunge fino a noi ad opera di uno o più testimoni. Ma poi dobbiamo essere noi stessi a venir coinvolti personalmente in una relazione intima e profonda con Gesù”.

Ed è Giovanni a raccontare l’incontro tra Natanaele e Gesù che lo apostrofa: “Ecco davvero un Israelita, in cui non c’è falsità”. Sorpreso Natanaele replica: “Come mi conosci?”. “Prima che Filippo ti chiamasse – risponde Gesù – io ti ho visto quando eri sotto il fico”, riferendosi certamente a “un momento decisivo” nella vita del futuro discepolo, che toccato nel cuore rende “una confessione di fede limpida e bella” – sottolinea Benedetto XVI – dicendo: “Rabbì, tu sei il figlio di Dio, tu sei il re d’Israele”. Rende onore Natanaele al Dio del cielo e della terra.


Poche altre notizie sono giunte della vita di San Bartolomeo, a dimostrare – osserva Benedetto XVI – “che l’adesione a Gesù può essere vissuta e testimoniata anche senza il compimento opere sensazionali”. Risale infatti al Medioevo il racconto della sua morte per scuoiamento, che divenne molto conosciuto, ripreso da Michelangelo nella scena del Giudizio Universale nella Cappella Sistina, dove san Bartolomeo regge con la mano sinistra la propria pelle, sulla quale l’artista impresse il suo autoritratto. Da ricordare, infine, che reliquie di San Bartolomeo sono venerate a Roma nella Chiesa a lui dedicata sull’Isola Tiberina, dove sarebbero state portate dall’imperatore tedesco Ottone III nel 983.

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Movimenti: Rinnovamento Nello Spirito, pellegrinaggi a Pompei e Terra Santa

Sono due i pellegrinaggi che il Rinnovamento nello Spirito Santo (RnS) organizza per il 2009. Il primo è il Pellegrinaggio nazionale delle famiglie per la famiglia e si terrà a Pompei il 5 settembre. L’iniziativa è promossa dal RnS (che in Italia conta più di 200 mila aderenti, raggruppati in oltre 1.900 gruppi e comunità), in collaborazione con la Prelatura pontificia di Pompei, il Pontificio Consiglio per la famiglia e l’Ufficio nazionale per la Pastorale della famiglia della Cei. Questa data è stata annunciata a Benedetto XVI, il 19 ottobre scorso, durante la visita al santuario mariano, da mons. Carlo Liberati, arcivescovo prelato di Pompei. In quella occasione, il Papa ha sottolineato il valore e l’importanza di questo ‘speciale pellegrinaggio’ promosso dal RnS per le famiglie. Durante i 3 km da Scafati a Pompei, genitori e figli, nonni e nipoti reciteranno insieme il Rosario meditato. La santa messa sarà presieduta dal card. Ennio Antonelli, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia. Dal 10 al 17 settembre, invece, si svolgerà il Pellegrinaggio nazionale in Terra Santa. Il pellegrinaggio sarà guidato da alcuni membri del Comitato Nazionale di Servizio del RnS e le meditazioni saranno affidate al presidente del RnS, Salvatore Martinez.

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