VATICANO - Benedetto XVI apre nella Basilica di San Paolo il Sinodo dei Vescovi: “se l’annuncio del Vangelo costituisce la sua ragione d’essere e la sua missione, è indispensabile che la Chiesa conosca e viva ciò che annuncia, perché la sua predicazione sia credibile, nonostante le debolezze e le povertà degli uomini che la compongono”
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Domenica 5 ottobre, nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, il Santo Padre Benedetto XVI ha presieduto la Concelebrazione dell’Eucaristia con i Padri Sinodali, in occasione dell’apertura della XII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, che si svolgerà in Vaticano fino al 26 ottobre, sul tema: “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”. Nell’omelia il Santo Padre ha preso spunto dalla Liturgia della Parola del giorno, XXVII domenica del tempo Ordinario, in cui viene presentata l’immagine della vigna, che “descrive il progetto divino della salvezza, e si pone come una commovente allegoria dell’alleanza di Dio con il suo popolo”. Nel Vangelo l’accento è posto sui lavoratori della vigna: i servi inviati dal padrone a richiedere il canone di affitto vengono da questi maltrattati e uccisi, e la stessa sorte tocca anche al figlio del padrone. “Qui vediamo chiaramente – ha spiegato il Santo Padre - come il disprezzo per l’ordine impartito dal padrone si trasformi in disprezzo verso di lui: non è la semplice disubbidienza ad un precetto divino, è il vero e proprio rigetto di Dio: appare il mistero della Croce.”
“Quanto denuncia la pagina evangelica – ha proseguito il Santo Padre - interpella il nostro modo di pensare e di agire. Non parla solo dell’ ‘ora’ di Cristo, del mistero della Croce in quel momento, ma della presenza della Croce in tutti i tempi. Interpella, in modo speciale, i popoli che hanno ricevuto l’annuncio del Vangelo. Se guardiamo la storia, siamo costretti a registrare non di rado la freddezza e la ribellione di cristiani incoerenti. In conseguenza di ciò, Dio, pur non venendo mai meno alla sua promessa di salvezza, ha dovuto spesso ricorrere al castigo. E’ spontaneo pensare, in questo contesto, al primo annuncio del Vangelo, da cui scaturirono comunità cristiane inizialmente fiorenti, che sono poi scomparse e sono oggi ricordate solo nei libri di storia. Non potrebbe avvenire la stessa cosa in questa nostra epoca? Nazioni un tempo ricche di fede e di vocazioni ora vanno smarrendo la propria identità, sotto l’influenza deleteria e distruttiva di una certa cultura moderna. Vi è chi, avendo deciso che ‘Dio è morto’, dichiara ‘dio’ se stesso, ritenendosi l’unico artefice del proprio destino, il proprietario assoluto del mondo. Sbarazzandosi di Dio e non attendendo da Lui la salvezza, l’uomo crede di poter fare ciò che gli piace e di potersi porre come sola misura di se stesso e del proprio agire. Ma quando l’uomo elimina Dio dal proprio orizzonte, dichiara Dio “morto”, è veramente più felice? Diventa veramente più libero? Quando gli uomini si proclamano proprietari assoluti di se stessi e unici padroni del creato, possono veramente costruire una società dove regnino la libertà, la giustizia e la pace? Non avviene piuttosto - come la cronaca quotidiana dimostra ampiamente – che si estendano l’arbitrio del potere, gli interessi egoistici, l’ingiustizia e lo sfruttamento, la violenza in ogni sua espressione? Il punto d’arrivo, alla fine, è che l’uomo si ritrova più solo e la società più divisa e confusa. Ma nelle parole di Gesù vi è una promessa: la vigna non sarà distrutta. Mentre abbandona al loro destino i vignaioli infedeli, il padrone non si distacca dalla sua vigna e l’affida ad altri suoi servi fedeli. Questo indica che, se in alcune regioni la fede si affievolisce sino ad estinguersi, vi saranno sempre altri popoli pronti ad accoglierla”.
Quindi il Papa ha sottolineato che “il consolante messaggio che raccogliamo da questi testi biblici è la certezza che il male e la morte non hanno l’ultima parola, ma a vincere alla fine è Cristo. Sempre! La Chiesa non si stanca di proclamare questa Buona Novella” ed ha ricordato in modo particolare in questo Anno Paolino, l’Apostolo delle genti, “che per primo diffuse il Vangelo in vaste regioni dell’Asia minore e dell’Europa”. Dopo aver salutato con affetto i Padri sinodali e quanti prenderanno parte all’incontro, Benedetto XVI ha ricordato che “quando Dio parla, sollecita sempre una risposta; la sua azione di salvezza richiede l’umana cooperazione”, quindi ha proseguito: “Solo la Parola di Dio può cambiare in profondità il cuore dell’uomo, ed è importante allora che con essa entrino in una intimità sempre crescente i singoli credenti e le comunità… Nutrirsi della Parola di Dio è per essa il compito primo e fondamentale. In effetti, se l’annuncio del Vangelo costituisce la sua ragione d’essere e la sua missione, è indispensabile che la Chiesa conosca e viva ciò che annuncia, perché la sua predicazione sia credibile, nonostante le debolezze e le povertà degli uomini che la compongono”.
Nella parte conclusiva dell’omelia, il Santo Padre ha evidenziato l’attualità del grido dell’Apostolo delle genti, “Guai a me se non predicassi il Vangelo”, e dell’invito di Cristo, “La messe è molta” (Mt 9,37), con queste parole: “tanti non Lo hanno ancora incontrato e sono in attesa del primo annuncio del suo Vangelo; altri, pur avendo ricevuto una formazione cristiana, si sono affievoliti nell’entusiasmo e conservano con la Parola di Dio un contatto soltanto superficiale; altri ancora si sono allontanati dalla pratica della fede e necessitano di una nuova evangelizzazione. Non mancano poi persone di retto sentire che si pongono domande essenziali sul senso della vita e della morte, domande alle quali solo Cristo può fornire risposte appaganti. Diviene allora indispensabile per i cristiani di ogni continente essere pronti a rispondere a chiunque domandi ragione della speranza che è in loro, annunciando con gioia la Parola di Dio e vivendo senza compromessi il Vangelo… Avvertiamo tutti quanto sia necessario porre al centro della nostra vita la Parola di Dio, accogliere Cristo come unico nostro Redentore, come Regno di Dio in persona, per far sì che la sua luce illumini ogni ambito dell’umanità: dalla famiglia alla scuola, alla cultura, al lavoro, al tempo libero e agli altri settori della società e della nostra vita”. (S.L.) (Agenzia Fides 6/10/2008)
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Il silenzio del mondo sulle persecuzioni anticristiane in India: intervista con padre Cervellera
In India il dramma dei cristiani non si attenua: in migliaia continuano a cercare rifugio dalle violenze nelle foreste mentre il mondo sta a guardare. Sulla situazione nel Paese asiatico ascoltiamo il direttore di AsiaNews padre Bernardo Cervellera, al microfono di Sergio Centofanti.
R. – La situazione in India è tragica: ogni giorno avvengono assassinii ed uccisioni di persone costringendole a cambiare religione, cioè a lasciare il cristianesimo per tornare all’induismo sotto la minaccia delle armi. Ci sono già molti martiri che hanno proprio rifiutato di cambiare religione e sono stati uccisi. Poi ci sono tantissimi sfollati, persone fuggitive che hanno avuto la loro casa distrutta e che vivono nelle foreste dell’Orissa, con le malattie, senza cibo, senza cure: ci sono almeno 30 mila persone. E poi ci sono persone nei campi di rifugio governativi ma dove però vengono, anche lì, attaccati dai radicali indù. Quindi la situazione è veramente molto tragica e in più c’è quasi un’ironia malvagia in tutto questo perché i radicali indù hanno cominciato questo pogrom contro i cristiani, dicendo che i cristiani erano responsabili di aver ucciso un loro leader. Invece, proprio in questi giorni, da parte del leader maoista dell’Orissa, è venuta fuori la dichiarazione esplicita che sono stati loro ad ammazzarlo, rivendicando appunto l’uccisione di questo leader. Quindi, tutta questa carneficina, tutto questo sacrificio, è totalmente ingiusto.
D. – Sabato scorso, durante la beatificazione di don Francesco Bonifacio, mons. Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, ha denunciato l’indifferenza del mondo di fronte alle persecuzioni anticristiane: “Si fanno campagne per la protezione degli animali, ha detto, ma nessuna campagna è stata fatta in difesa dei cristiani perseguitati”. Perché non si fa nulla?
R. – Io penso che anzitutto c’è da dire che l’India spesso, il governo indiano - sia quello locale, sia quello internazionale, sia quello centrale – ha fatto poco perché ha dei motivi politici per non muoversi troppo perché si avvicinano le elezioni e quindi non si vogliono perdere i voti del mondo indù, e quindi lasciano pure che vengano ammazzati dei cristiani. Poi c’è soprattutto un’indifferenza da parte del resto della comunità internazionale, dell’Occidente in particolare. Il problema è che, molto spesso, queste violenze contro i cristiani, sono considerate delle cose molto secondarie. Cioè, la libertà religiosa e quindi la vita dei cristiani, è considerata una cosa molto secondaria rispetto al mercato, rispetto alla politica. Questo è quindi il problema. In realtà succede che, siccome si sta eliminando Dio dall’Occidente, allora si pensa che anche se ci sono queste comunità religiose che vengono massacrate non è importante perché il mondo invece è fatto soltanto dal potere dei soldi e dell’economia.
D. – Cosa possono fare i cristiani nel mondo?
R. – I cristiani anzitutto, come dice la Lettera agli Ebrei, devono portare, devono condividere le catene di coloro che sono imprigionati e quindi, devono condividere, in qualche modo, la vita e la sorte di questi cristiani, pregando, aiutando, sostenendo ma anche dibattendo, parlando. Perché il problema è questo: come diceva Giovanni Paolo II, la libertà religiosa è una cartina di tornasole per tutti gli altri diritti umani. Se non c’è la libertà religiosa, prima o poi non ci sarà né la libertà di mercato, né la libertà di commercio, né una fraternità e solidarietà nel mondo, di cui oggi, con questa crisi internazionale, avremmo tantissimo bisogno.
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Il Papa sull’Humanae Vitae: solo gli occhi del cuore comprendono le esigenze di un grande amore che sa donare senza riserve
Nel generare dei figli, l’amore coniugale “non solo assomiglia, ma partecipa all’amore di Dio”: è quanto sottolinea Benedetto XVI in un messaggio al Convegno, apertosi oggi, in occasione del 40.mo della Humanae Vitae, promossodal Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia e dall’Università Cattolica del Sacro Cuore. Nel documento inviato al preside dell’Istituto, mons. Livio Melina, il Papa sottolinea che l’Enciclica di Paolo VI ci aiuta a comprendere “il grande sì che implica l’amore coniugale”. Il servizio di Alessandro Gisotti:
“Ogni forma d’amore tende a diffondere la pienezza di cui vive, l’amore coniugale ha un modo proprio di comunicarsi: generare figli”. E’ quanto scrive Benedetto XVI, che aggiunge: “Escludere questa dimensione comunicativa mediante un’azione che miri ad impedire la procreazione significa negare la verità intima dell’amore sponsale con cui si comunica il dono divino”. A distanza di 40 anni dalla pubblicazione dell’Humanae Vitae, sottolinea il Papa nel Messaggio all’Istituto Giovanni Paolo II, possiamo capire dunque che “i figli non sono più l’obiettivo di un progetto umano, ma sono riconosciuti come un autentico dono, da accogliere con atteggiamento di responsabile generosità verso Dio, sorgente prima della vita umana”. Questo “grande sì alla bellezza dell’amore – si legge nel messaggio – comporta certamente la gratitudine, sia dei genitori nel ricevere il dono di un figlio sia del figlio stesso nel sapere che la sua vita ha origine da un amore così grande e accogliente”.
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Lalji Nayak, martire per la fede in Orissa
Bhubaneshwar (AsiaNews) – Lalji Nayak, torturato per costringerlo ad abbandonare la sua fede cristiana, è morto 2 giorni fa a causa delle ferite riportate. Il p. Manoj Nayak, dell’episcopio di Bhubaneshwar lo definisce “un martire per la fede”.
P. Manoj racconta: “Loro [gli assalitori radicali indù] gli hanno infisso un coltello al collo, minacciandolo di ucciderlo se non rinunciava alla sua fede cristiana. Lalji, anche se era tutto ferito e sanguinante, ha rifiutato di abbandonare la sua fede. È morto il 1° ottobre all’ospedale”.
Il villaggio di Lalji Nayak, a Rudangia, è stato attaccato dai fondamentalisti indù il 30 settembre scorso, alle 4 di mattina. Rudangia è all’interno del distretto di Kandhamal, l’epicentro da cui è iniziato il pogrom contro i cristiani da oltre un mese.
Gli assalitori hanno sorpreso le famiglie cristiane nel sonno e hanno colpito le persone con asce, bastoni, lance e coltelli. Nell’assalto, una donna cristiana, Ramani Nayak, una madre di famiglia, è stata uccisa. Almeno 6 persone sono state ferite e ricoverate all’ospedale di Behampur. Fra un bambino di 8 anni con sua madre e lo stesso Lalji Nayak.
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Sinodo: 253 vescovi da tutto il mondo, ma nessuno dalla Cina
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VATICANO - Il Papa ad un gruppo di Vescovi dell’Asia centrale: “Nonostante le dure pressioni esercitate durante gli anni del regime ateo e comunista, grazie all’abnegazione di zelanti sacerdoti, religiosi e laici, la fiamma della fede è rimasta accesa nel cuore dei credenti”
Città del Vaticano (Agenzia Fides) – “Ringraziamo il Signore che, nonostante le dure pressioni esercitate durante gli anni del regime ateo e comunista, grazie all’abnegazione di zelanti sacerdoti, religiosi e laici, la fiamma della fede è rimasta accesa nel cuore dei credenti. Le comunità possono essere ridotte a un “piccolo gregge”. Non bisogna scoraggiarsi, cari Fratelli!” E’ questa l’esortazione che Benedetto XVI ha rivolto al gruppo di Vescovi e di Ordinari del Kazakhstan e dell’Asia Centrale, ricevuti in occasione della visita “ad Limina Apostolorum”, il 2 ottobre.
All’inizio del discorso, il Papa ha rivolto un particolare saluto a Sua Ecc. Mons. Tomash Peta, Arcivescovo di Maria Santissima in Astana e Presidente della Conferenza dei Vescovi cattolici del Kazakhstan, agli altri Vescovi e al Delegato per i fedeli greco-cattolici in Kazakhstan; all’Amministratore Apostolico in Kyrgyzstan; all’Amministratore Apostolico in Uzbekistan; al Superiore della Missio sui iuris in Tadjikistan e al Superiore della Missio sui iuris in Turkmenistan.
Come avvenne per le Comunità delle origini, anche oggi è lo Spirito Santo a condurre la Chiesa, ha sottolineato il Santo Padre, che ha esortato i Vescovi a lasciarsi guidare da Lui: “mantenete viva nel popolo cristiano la fiamma della fede; conservate e valorizzate le valide esperienze pastorali ed apostoliche del passato; continuate a educare tutti all’ascolto della Parola di Dio, suscitate specialmente nei giovani l’amore verso l’Eucaristia e la devozione mariana, diffondete nelle famiglie la pratica del Rosario. Ricercate inoltre, con pazienza e coraggio, nuove forme e metodi di apostolato, preoccupandovi di attualizzarli secondo le odierne esigenze, tenendo conto della lingua e della cultura dei fedeli a voi affidati”.
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Gesù, la Parola di Dio, ha bisogno di missionari
Dal 5 al 26 ottobre, i vescovi del mondo insieme a Benedetto XVI celebrano in Vaticano un Sinodo che quest’anno ha come tema “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”.
A sentire questo tema, forse in modo immediato, si va subito a pensare che i vescovi parleranno della Bibbia, della conoscenza del Libro sacro fra i fedeli, della sua diffusione nel mondo, delle traduzioni e delle letture nelle messe.
Ciò è vero solo in parte: i Lineamenta l’abbozzo-base di lavoro consegnato ai prelati mesi prima del raduno, parla diffusamente della liturgia, della preghiera, della meditazione e delle lectio divine (letture e spiegazioni della Bibbia) che soprattutto dopo il Concilio Vaticano II si sono diffusi non solo fra i sacerdoti e i religiosi, ma anche fra i laici, i gruppi, i movimenti ecclesiali. Talvolta si ha però l’impressione che questi gesti rimangono finalizzati a se stessi, quasi che il loro compito sia di rendere più istruiti, più dotti i fedeli sugli ultimi risultati dell’esegesi.
La grande affermazione del Sinodo (che è quella della Chiesa) – riportata neiLineamenta - è che il cristianesimo non è una religione “del Libro”, ma di una Persona, perché la Parola di Dio è Gesù stesso. Lo scopo della liturgia e dellalectio divina è perciò di assimilare sempre di più i fedeli alla persona di Gesù Cristo, così da poter dire come san Paolo “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).
L’esperienza di familiarità con Gesù Parola di Dio, la gioia per la scoperta del suo amore per me, per il dono che Lui ha fatto della sua vita, trasforma in modo profondo le nostre abitudini quotidiane, la vita delle nostre comunità. Un segno di questa trasformazione è la crescita nel cuore della preoccupazione verso la missione universale. Ogni vocazione nasce da questa condivisione dell’inquietudine di Gesù per diffondere la sua salvezza. “Portami nei loro luoghi bui”, diceva il Crocifisso a Madre Teresa, e le domandava (quasi supplicandola): “Andrai tu per me?”. Per questo la Beata di Calcutta ha fatto della “sete” di Gesù per le anime, del Suo desiderio di comunicare se stesso agli esclusi e agli abbandonati, il punto di partenza del suo ordine. Ogni missionario vive nella propria carne la passione di Gesù per gli uomini, per la loro mancanza di speranza e di amore definitivo. Solo per comunicare questo amore si è disposti a lasciare la famiglia, gli agi, la carriera, gli amici.
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Siate lievito del Vangelo nel mondo: così il Papa ai Cavalieri di Colombo
La missione dei fedeli e l’invito alla solidarietà sono state le principali direttrici del discorso rivolto stamani da Benedetto XVI ai membri del Consiglio di amministrazione dei Cavalieri di Colombo, Associazione cattolica statunitense di mutuo soccorso costituita per prestare assistenza finanziaria a coloro che sono malati, disabili e bisognosi.
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Assicurare la libertà religiosa a vantaggio dell’intera società: così, il Papa nell’udienza ai vescovi dell’Asia centrale, “piccolo gregge” che ha mantenuto salda la fede negli anni del regime sovietico
La Chiesa non impone, ma propone liberamente la fede cattolica e chiede che venga garantita la libertà religiosa: è quanto affermato, stamani, da Benedetto XVI nel discorso ai vescovi dell’Asia centrale, ricevuti al termine della visita ad Limina. Il Papa ha avuto parole di incoraggiamento per il “piccolo gregge” di questa regione asiatica, che ha testimoniato coraggiosamente la fede durante gli anni del regime sovietico. L’indirizzo d’omaggio al Papa è stato rivolto dall’arcivescovo di Maria Santissima in Astana, Tomasz Peta, presidente della Conferenza episcopale dell’Asia centrale. Il servizio di Alessandro Gisotti:
Difendere i diritti della persona e la libertà religiosa di fronte a fenomeni preoccupanti come il terrorismo e il diffondersi del fondamentalismo: è l’esortazione di Benedetto XVI, che, parlando ai vescovi dell’Asia Centrale, ha messo l’accento sulla necessità di interventi legislativi che contrastino tali flagelli:
“Mai però la forza del diritto può trasformarsi essa stessa in iniquità; né può essere limitato il libero esercizio delle religioni, poiché professare la propria fede liberamente è uno dei diritti umani fondamentali e universalmente riconosciuti”.
D’altro canto, ha ribadito che la Chiesa “non impone, ma propone liberamente la fede cattolica, ben sapendo che la conversione è il frutto misterioso dell’azione dello Spirito Santo”:
“La fede è dono ed opera di Dio. Proprio per questo è proibita ogni forma di proselitismo che costringa o induca e attiri qualcuno con inopportuni raggiri ad abbracciare la fede (cfr Ad gentes, n. 13). Una persona può aprirsi alla fede dopo matura e responsabile riflessione, e deve poter realizzare liberamente questa intima ispirazione”.
Ciò, ha spiegato, “va a vantaggio non solo dell’individuo, bensì dell’intera società, poiché la fedele osservanza dei precetti divini aiuta a costruire una convivenza più giusta e solidale”. Benedetto XVI ha avuto, quindi, parole di incoraggiamento per i presuli e per il “piccolo gregge” dell’Asia Centrale ed ha ricordato come i fedeli di questa regione abbiano superato gravi difficoltà nel recente passato:
“Ringraziamo il Signore che, nonostante le dure pressioni esercitate durante gli anni del regime ateo e comunista, grazie all’abnegazione di zelanti sacerdoti, religiosi e laici, la fiamma della fede è rimasta accesa nel cuore dei credenti”.
Le comunità, ha proseguito, “possono essere ridotte a un piccolo gregge”, ma non bisogna scoraggiarsi. Ed ha ricordato come le prime comunità cristiane, pur essendo piccole, non si chiudevano in se stesse, “ma sospinte dall’amore di Cristo, non esitavano a farsi carico delle difficoltà dei poveri, ad andare incontro ai malati, annunciando e testimoniando a tutti con gioia il Vangelo”:
“Anche oggi, come allora, è lo Spirito Santo a condurre la Chiesa. Lasciatevi pertanto guidare da Lui e mantenete viva nel popolo cristiano la fiamma della fede; conservate e valorizzate le valide esperienze pastorali ed apostoliche del passato”.
E, ancora, dal Papa è venuta l’esortazione a continuare ad educare tutti all’ascolto della Parola di Dio, a suscitare “specialmente nei giovani l’amore verso l’Eucaristia e la devozione mariana”, diffondendo nelle famiglie la pratica del Rosario. Benedetto XVI ha inoltre invitato i presuli a ricercare “nuove forme e metodi di apostolato” coinvolgendo sempre più sacerdoti, religiosi e laici.
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Continuano le violenze contro i cristiani in Orissa
Bhubaneshwar (AsiaNews) – Altri tre villaggi sono stati attaccati e decine di case di cristiani bruciate nello stato dell’Orissa, nonostante il coprifuoco imposto dalla polizia. Il governo centrale ha deciso di inviare altre truppe speciali per contenere le violenze.
Le nuove distruzioni sono avvenute ieri sempre nel distretto di Kandhamal, l’epicentro da cui sono partiti gli attacchi contro i cristiani dal 24 agosto scorso. Ieri nelle prime ore del giorno gruppi nazionalisti indù hanno bruciato 5 case nel villaggio di Paningia, nella zona di Chakapad. Nel pomeriggio sono state bruciate 30 case in altri due villaggi nella zona di Rakia. Per la prima volta da oltre un mese la polizia ha arrestato alcuni membri responsabili delle distruzioni, appartenenti all’Rss (Rashtriya Swayamsevak Sangh), al Bjp (Bharatiya Janata Party) e al Kuj Samaj, un’organizzazione nazionalista indù diffusa fra i tribali Kondh. Gli arresti hanno provocato manifestazioni di militanti indù attorno ai distretti di polizia e l’Alta corte dell’Orissa ha chiesto al governo centrale di inviare nuove truppe per mantenere l’ordine.
Il ministero degli Interni di Delhi ha deciso di inviare 10 nuove brigate di paramilitari. Sei di esse sono partite subito, le altre 4 entro due giorni.
Il grande dispiego di forze non interrompe però le violenze. I cristiani accusano la polizia di non intervenire in tempo o di rimanere inattivi alla presenza di violenze.
Una fonte di AsiaNews denuncia: “Talvolta gli attacchi avvengono proprio dopo che la polizia ha lasciato il villaggio; altre volte arrivano migliaia di militanti e dopo la distruzione la polizia dice che non ne sapeva nulla. Come se questi gruppi così folti si possano materializzare in un attimo. Altre volte le vittime denunciano gli aggressori, che loro conoscono, ma la polizia dice che è difficile identificarli. Altre volte gli aggressori fuggono dal villaggio attaccato mentre la polizia è presente sul posto”.
La Chiesa indiana continua a manifestare il suo dispiacere per l’inazione (presunta o voluta) del governo centrale e locale nel proteggere i cristiani. Nell’Orissa oltre 50 mila persone sono rimaste senzatetto e molti sono ancora rifugiati nella foresta, timorosi di ritornare ai loro villaggi, col rischio di fame, malattie e pericoli. Una suora clarissa di 30 anni, sr Mable, è morta il 28 settembre scorso per la malaria contratta mentre era nascosta nella foresta. Il dispensario in cui lavorava, a Ruthunga (Kandhamal) era stato attaccato dai militanti indù. La suora è rimasta nascosta nella foresta per 2 settimane, finché non è stata portata a Kochi (Kerala), alla casa centrale della congregazione, dove è morta.
Queste suore clarisse hanno vita attiva e contemplativa. La superiora generale, sr Celia, spiega: “In Orissa lavoriamo anche nelle scuole, non scuole superiori, ma elementari, per dare un’educazione di base ai poveri”. Sr Celia afferma che le suore fuggite dall’Orissa vogliono ritornarvi. “Anche sr Mable, prima di morire, ci ha detto che voleva ritornare in Orissa, non appena fosse guarita”.
Nel Tamil Nadu una chiesa protestante a Coimbatore è stata vandalizzata da gruppi di militanti, che hanno rotto le finestre lanciando pietre. È la sesta chiesa che viene colpita nel Tamil Nadu.
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